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Omicidio Sofia Stefani, il dramma dei genitori in aula

Bologna (lunedì, 30 giugno 2025) — Uno sguardo provato e la voce rotta dal dolore. Così Angela Querzé e Bruno Stefani, genitori di Sofia, hanno raccontato davanti alla Corte d’Assise di Bologna la sofferenza per la perdita della figlia, uccisa nel maggio scorso all’interno del comando della polizia locale di Anzola.

di Virginia Spennacchio

Alla sbarra, con l’accusa di omicidio volontario aggravato, c’è Giampiero Gualandi, ex comandante e 63enne, che quel giorno ha esploso un colpo di pistola nel suo ufficio. L’imputato sostiene che il proiettile sia partito per errore durante una colluttazione.

La madre, durante la deposizione, ha ricordato la figlia come una giovane solare e piena di vita, sensibile e appassionata al suo lavoro. «Sofia era una persona allegra, attenta alle fragilità degli altri. Purtroppo era anche preoccupata per il suo futuro, a 33 anni era ancora precaria», ha spiegato Angela Querzé.

Secondo la madre, la relazione con Gualandi — nata sul luogo di lavoro — era diventata logorante, segnata da episodi di mobbing e tensioni. Sofia confidava nella professionalità di Gualandi e credeva che potesse aiutarla a stabilizzarsi, tanto da fidarsi completamente di lui.

Durante la testimonianza, la donna ha ricordato come la figlia parlasse spesso della pressione sul lavoro, delle crisi di panico e della mancanza di autostima, dettagli emersi anche dalle carte processuali e che per lei sono stati uno shock.

Il padre Bruno ha descritto il dramma con parole piene di sconforto: «Sofia era la mia unica figlia. È stato come diventare orfano. Da quel momento vivo come in un sogno distorto, lontano dalla realtà».

La testimonianza dei genitori ha riportato al centro del processo la fragilità di Sofia, la sua fiducia tradita e il vuoto devastante lasciato dalla sua scomparsa.

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Last modified: Giugno 30, 2025
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